
Ndr: quanto segue è una traduzione per sommi capi tratta da varie fonti individuate dallo Staff, per cui potrebbe essere presente qualche errore dovuto alla non assoluta precisione o completezza delle informazioni in nostro possesso. Tutto il materiale visivo è inoltre una proprietà intellettuale del portale Xin Manhua e Ubisoft; tutti i diritti riservati.
Troverete la quarta parte a questo link.
Che Assassin's Creed si sia consolidato come un vero e proprio universo narrativo, allontanandosi dalla semplice nomea di serie videoludica, è una realtà ormai consolidata da diverso tempo; da qualche anno a questa parte si è infatti venuto a creare il cosiddetto universo espanso, che racchiude in sé tutta la produzione del marchio esterna alla serie di videogiochi principale. Utile da un lato e dannoso dall'altro, per motivi che abbiamo già avuto modo di osservare, l'estensione del brand a media come fumetti, romanzi e cinema ha permesso la creazione di nuove incredibili storie, che hanno portato la guerra tra Assassini e Templari verso nuove e inedite frontiere. E lo faranno ancora.
Tra i numerosi prodotti cartacei di questo universo narrativo, merita indubbiamente un'attenzione particolare Assassin's Creed: Dynasty. Esso è un manhua ambientato nella Cina imperiale della dinastia Tang, e racconta le vicende che coinvolgono l'Occulto Li E nella guerra civile scatenata dal generale ribelle An Lushan. Gli eventi dell'opera raccontano anche le origini della Confraternita cinese e uno sconcertante segreto legato agli Isu, in grado di gettar luce su diversi aspetti. Dynasty potrebbe anche porre le basi narrative del futuro capitolo orientale, per cui non è da sottovalutare la sua importanza.
Sfortunatamente il prodotto non è ancora disponibile sul mercato italiano. Ma tra una risorsa e l'altra siamo riusciti a districarci nella lingua cinese, mettere a vostra disposizione ciò che abbiamo appreso sarà ciò che faremo in questa serie di articoli. Bando alla ciance, e proseguiamo con altri tre episodi di Dynasty!
Capitolo 13 - Un Occulto al giorno...

Le tavole del tredicesimo capitolo si aprono immediatamente con delle scene dedicate a Yan Jiming e zio Chen, accampati al largo di un ruscello che sgorga in piena foresta e intenti a riprendere recuperare le forze dal loro lungo viaggio. La scena sottolinea una netta, differente situazione umorale tra i due: da un lato, zio Chen si concede un momento per apprezzare il clima della foresta, sostenendo con giovialità che nei suoi ultimi giorni gli piacerebbe costruirvi una casa, portarsi del bestiame e vivere come un eremita; dall'altro invece, Yan Jiming contempla il fallimento della sua missione, con tutte le 24 comanderie della regione Hebei ormai sottomesse alla campagna del generale An Lushan.
Ciononostante, lamenta, i bracieri che segnalano condizioni di sicurezza e pace ardono ogni notte in tutte le comanderie, ostentando una situazione di stabilità che ignora completamente la marcia degli Yeluohe. Il giovane comandante si rassegna all'idea che le truppe di Changshan dovranno affrontare la minaccia da soli, finché zio Chen non tenta di infondergli animo passandogli un po' del suo vino.
Jiming non ha neanche il tempo di declinare l'offerta che una una freccia scoccata da grande distanza distrugge la caraffa di zio Chen, il quale getta immediatamente a terra il suo signore per scansarlo da altri dardi in arrivo.

Si ha quindi un rapido cambio del ritmo narrativo, classico di un film d'azione in cui, da una scena lenta e calma, tutto viene velocizzato e incalzato da azioni in rapida successione: da un sentiero in fondo alla foresta appaiono quattro banditi a cavallo, i quali caricano i due bersagli scoccando altre frecce in successione, mentre i loro destrieri accorciano sempre più le distanze.
Ed è qui che succede l'inaspettato: zio Chen afferra improvvisamente un oggetto dal suo cavallo, una strana arma avvolta da bendaggi e stracci logori, e para a mezz'aria una freccia che per poco non colpiva Jiming, riverso a terra e ancora stordito.
L'oggetto misterioso viene infine sbendato, e si rivela essere uno zhanmadao, un'antica spada cinese di grosso calibro utilizzata proprio per arginare la carica delle cavallerie: la lama, molto spessa ed a taglio singolo, poteva tranciare le zampe di un cavallo con un singolo fendente. Ordinando al suo padrone di stare dietro di lui, Chen, ubriaco marcio, da prova di una inaspettata capacità da guerriero, mulinando con maestria la possente arma e falciando ben tre briganti al galoppo.
Per sfortuna, l'ultimo dei quattro riesce in qualche modo a ridurre le distanze ed evitare la fine dei suoi compagni, lanciando un colpo alla spalla scoperta dell'anziano guerriero nel momento in cui questi espone la sua guardia.
Ferito e sanguinante, Chen ordina a Jiming di fuggire senza di lui. Il giovane comandante tuttavia ignora le parole dell'anziano e si volta verso l'ultimo brigante sguainando la sua spada e preparandosi a combattere. Prima della battaglia lancia un monito:
"Non c'è ragione di uccidere! Se volete i nostri soldi potete prenderli insieme a tutto ciò che abbiamo!"
Sorpreso e divertito da tanto coraggio, il cavaliere dichiara di non essere minimamente interessato al denaro, e scaglia un poderoso fendente verso Jiming, che nel suo misero tentativo di pararlo, finisce a terra. Osservando quella scena zio Chen lo sollecita ancora una volta a fuggire, ma pur con un braccio dolente e malapena capace di reggere ancora la spada, il ragazzo si rimette in piedi e assume la posa di guardia.
Il momento è molto carico di determinazione e desiderio di affermazione da parte di Jiming, che pur non essendo tagliato per fare il soldato è comunque disposto a morire per proteggere i suoi amici:
"Per tutto questo tempo, zio Chen, mi avete protetto. Ora è il mio turno, di proteggere voi!"

Il loro aggressore non può che essere divertito di fronte alla debolezza del suo avversario, al che gli rivela la vera identità del suo gruppo di assalto: loro sono i sicari personali del Grande Protettore Zhang, governatore della comanderia di Boling arresasi al generale Lushan; lo scopo dell'attacco era quello di uccidere Yan Jiming e zio Chen, per ordine dello stesso jiedushi, al quale avrebbero dovuto presentare le teste dei caduti come prova del compiuto incarico.
Jiming tuttavia non ascolta una sola parola del suo avversario. Scorge dei movimenti tra gli alberi intorno a loro, e nel giro di pochi istanti, prima che il mercenario possa calare un altro fendente, Li E piomba su di lui con un assassinio in volo. L'atterraggio dell'Occulto è così pesante da schiantare al suolo cavallo e cavaliere, la cui gola viene trapassata dalla lama celata. Senza un minimo accenno di fatica, egli esordisce dicendo:
"Lord Yan. È da un po' che non ci vediamo."

Incredulo per la manovra dell'Occulto, il giovane comandante lo riconosce immediatamente e acconsente, da quanto possiamo vedere nelle tavole successive, a farsi scortare in un luogo sicuro insieme a zio Chen, al quale promette una buona guarigione.
Il loro tragitto si conclude con una caverna, accanto al cui ingresso trovano ad aspettarli i piccoli amici di Li E incontrati nel 10° capitolo: Honghong e il burbero, tormentoso ragazzino che la accompagna sempre. Insieme, varcano l'ingresso della caverna - Jiming viene lasciato brevemente indietro per via di un'incertezza nel voler proseguire. Dall'altra parte, con suo sollievo, trova soltanto un villaggio accogliente e circondato da verdi pianure. Il capitolo si chiude con un close-up del capo-villaggio, il generale Pei Min.
Capitolo 14 - Figlio di una strega
Le tavole iniziali del capitolo ci trasportano alle sponde settentrionali del Fiume Giallo, dove An Lushan e i suoi Yeluohe aspettano il momento propizio per attraversarlo e proseguire la marcia verso la capitale imperiale. Il generale viene raggiunto da uno dei suoi sottoposti, il quale gli comunica che l'esercito non ha abbastanza imbarcazioni per trasportare tutte le truppe, informazione che però, viene completamente ignorata dal corpulento condottiero. Egli chiede piuttosto un rapporto sulla situazione climatica di quella sera.
Confuso, il soldato risponde che i venti si stanno alzando e le temperature abbassando; il giorno seguente sarebbe stato, con buona probabilità, gelido. Lushan pondera l'informazione, volgendo lo sguardo al cielo stellato, e dopo qualche istante, ordina che le navi vengano distrutte e gli assi di legno usati per arginare la corrente del fiume per un tempo sufficiente alla traversata.

A detta del generale, il Volere del Cielo avrebbe fatto il resto. La sua affermazione confonde ancora di più il suo consigliere, al quale spiega di essere figlio di una strega, le cui vesti di madre fecero maturare in lui una incrollabile fede nel Volere del Cielo.
Ci spostiamo dunque al villaggio moista, senza però allontanarci più di tanto dalla figura dello jiedushi An Lushan, in quanto una storia che lo vede legato al generale Pei Min, il capo-villaggio, è argomento centrale dell'incontro incontro di quest'ultimo con il giovane Yan Jiming e Li E. Per gli interessati tuttavia, riteniamo doveroso aprire una piccola parentesi dedicata al personaggio: il generale Pei Min è infatti un personalità storicamente esistita al tempo dell'impero Tang, ricordato per la sua leggendaria prodezza da spadaccino.
Tornando all'analisi dell'opera, il generale, ormai segnato dagli anni e con voce apparentemente stanca, si rivolge a Jiming con le seguenti parole:
"Lord Yan... sai... cosa devi affrontare? An Lushan che raduna un'armata a Fanyang... il luogo in cui tempo orsono dedicai la mia vita alla protezione. Ero un generale tempo fa."

Immediatamente, la narrazione ci trasporta in un flashback del generale, un tempo in cui era ancora forte e giovane. Egli racconta:
"Molto tempo fa, venni assegnato alla prefettura di Youzhou, dove arginai gli attacchi degli Xianbei e dei Kitai, senza mai essere sconfitto. Quando non c'era la guerra, vagabondavo in giro svolgendo incarichi quotidiani... pattugliare la frontiera, scandagliare il popolo, sedare le dispute tra i soldati nelle guarnigioni e, quando le pecore dei pastori venivano rubate, anche indagare - tutte attività laboriose. In quella terra, il furto di pecore viene punito con la morte, dato che sono l'ancora di vita dei pastori.

Questa prima parte della storia mostra Pei Min vagare attorno la propria base militare, che lui stesso dice essere allocata, in quegli anni, nelle terre della città di Youzhou, un'antica città cinese ormai la cui evoluzione urbanistica diede origine alla moderna Pechino.
Esso era il nome che la città, capitale di una delle oltre 300 prefetture dell'impero Tang, detenne fino al 742, quando venne rinominata come Fanyang e trasformata in una comanderia. E prosegue dunque la storia di Pei Min:
"Un giorno, arrivò un rapporto da un villaggio che denunciava un furto di pecore. Mandai come al solito due soldati a indagare, ma la notte passò, e non fecero ritorno né giunse alcuna notizia. Dunque andai al villaggio di persona, ma scoprii qualcosa di inquietante. Tutti gli abitanti del posto erano spariti. Le case erano tutte quante vuote, e non c'era nemmeno del bestiame. C'era solo un caotico sciame di impronte. A quel tempo, di tanto in tanto spuntavano casi del genere. La gente di un intero villaggio spariva nel giro di una notte... in giro si diceva che fosse l'opera di una tigre indemoniata. Io non ho mai creduto a quell'idiozia. Una dozzina o poco di più di case prese d'assalto da bestie inferocite sarebbe stata una scena di selvaggia distruzione. Per scoprire il destino di quei cittadini, dovevo perseverare e andare a fondo. Seguii le impronte, ancora e ancora, finché non entrai in una profonda foresta. La scia di impronte divenne una scia di sangue. Era la scena più bizzarra che avessi mai visto.

Le parole del generale ricalcano appieno le scene che vengono mostrate dall'opera, in un alternarsi tra il flashback e la linea temporale corrente; il continuo salto temporale permette di percepire con ancor più forza e inquietudine i disegni delle tavole, visto che ai ricordi si alternano le espressioni e gli sguardi di Pei Min, chiaramente amareggiato nel dover ricordare quel giorno.
Particolarmente macabro è il momento in cui la scia di impronte lo conduce presso un altare in piena foresta.
Attorno al luogo sacro, penzolano sanguinanti i corpi delle pecore rubate, squartate e appese ai rami degli alberi circostanti; l'attenzione viene quindi focalizzata sull'altare, composto da una pila di teschi d'ariete che reggono un recipiente in apparenza pieno del sangue animale colato dai cadaveri. Neanche il tempo di esaminare quanto trovato, che Pei Min viene immediatamente circondato da un nutrito gruppo di uomini armati - circa una trentina.
Li E: "Che genere di persone erano?"
Pei Min: "Non lo so. A giudicare dalle armi e dagli abiti non erano né gente della frontiera né forestieri, o forse venivano dai confini più remoti della regione occidentale. La sola cosa certa è che fossero assassini."

I misteriosi guerrieri incappucciati si lanciano contro Min, che a questo punto, sfodera le due spade per combattere. Come citato prima, la sua capacità combattiva era rinomata in tutti gli angoli della Cina: in un turbine di fendenti indistinguibili, elimina uno dopo l'altro tutti i suoi assalitori, senza cedere alla fatica, scendere da cavallo o subire alcun tipo di danno.
Il pericolo tuttavia non è cessato, giacché alle sue spalle il generale percepisce una minaccia molto più pericolosa: una presenza oscura e demoniaca, avvolta nella foschia, lo osserva dagli alberi, emanando un odore pestilenziale che avrebbe riconosciuto fra mille.
La bestia era rimasta lì ad osservarlo per tutto il tempo, nascondendo la sua presenza tra gli alberi e la nebbia, in attesa di poter colpire. Prima che il suo avversario possa fare la prima mossa però, Pei Min gli scaglia contro una freccia; il colpo fende il grigio velo di nebbia, andando a vuoto. Chiunque ci fosse lì dietro, se n'era andato.
Prosegue il racconto del generale in merito alla vicenda:
"Il giorno successivo, guidai un gruppo di cavalieri al setaccio dell'intera montagna, ma scoprii che i corpi dei sicari erano spariti insieme a tutte le tracce. Tutt'oggi, non sono stato in grado di scoprire l'identità di questo misterioso gruppo. Finché molti anni dopo, lo vidi ancora. Alla festa d'addio per il mio ritiro dal servizio, alla quale partecipavano tutti i gli ufficiali delle guarnigioni di Youzhou. Improvvisamente, sentii ancora quell'odore. Quella puzza così indimenticabile, fino in fondo all'altro lato della festa. Era lui! Lo jiedushi di Youzhou, che scherzava e rideva in molte lingue straniere al tempo stesso. Credeva di essere intelligente a mimetizzarsi con la folla e l'idillio, ma sapevo che era lui! Non c'era inganno in quegli occhi verde scuro e in quell'odore: An Lushan!
Termina così il flashback del generale Pei Min, con lui e il giovane An Lushan che alla sua festa di congedo si scambiano uno sguardo carico di allarme, consapevoli entrambi di essersi già incontrati quella notte nella foresta. La scena ci riporta pertanto al tempo presente, nella casa dell'ormai anziano generale, dove Li E e Yan Jiming ascoltano le sue parole con sguardi ben poco sereni. Il generale conclude così il suo racconto, riferendosi ovviamente a Lushan:

"Egli è un mostro crudele all'estremo. Quando An Lushan varcherà il Fiume Giallo, tutte le persone sotto il Cielo saranno inghiottite dai fuochi della guerra. Sfortunatamente, non c'è nessuno che al momento sia in grado di fermarlo. Dovete stare pronti a difendervi e addestrare giusti e leali soldati. Avremmo bisogno un sacco di tempo.
Importante sottolinear che durante questa descrizione dello jiedushi fatta dal generale Pei Min, il manhua ci mostri il medesimo generale e la sua armata intenti a compiere un rituale magico davanti ad un braciere ardente, mentre uomini mascherati come demoni e sciamani suonano ai tamburi una melodia esoterica. Le acque del Fiume Giallo prima in agitazione, sembrano improvvisamente calmarsi.
Le scene finali ci trasportano ancora all'incontro, dove Yan Jiming, nella più totale esasperazione, enuncia quanto segue:
Yan Jiming: "Ma Changshan è già stata occupata da quei banditi... non abbiamo già più tempo! Abbiamo bisogno immediatamente, con la massima urgenza, di forze militari, e supplico lei, Lord Pei, di concederci la sua assistenza!
Li E: "Il villaggio moista è composto interamente da orfani e veterani di guerra disabilitati a cui Lord Pei ha dato rifugio; insieme, loro sono gli architetti di questo stile di vita moista. Non sarebbero in grado di aiutare.
Senza perdersi troppo in chiacchere, Li E si alza in piedi e solleva il suo cappuccio, rivolgendo a Jiming le seguenti parole:

"Basto io da solo. Lord Yan, andrò con te a Changshan. Devo sradicare la fonte di questa crisi."
Capitolo 15 - Magia e superstizione
Gran parte del quindicesimo capitolo si incentra sul rituale esoterico compiuto da An Lushan per placare la furia del Fiume Giallo: l'opera lo mostra nuovamente di fronte all'enorme braciere in fiamme, al cui interno giacciono alcuni teschi di ariete destinati a divenire cenere. Tutti i suoi soldati sono intenti ad osservarlo mentre evoca gli spiriti in loro aiuto, una negromanzia che, registicamente parlando, funge da background retroattivo su altre scene che non coinvolgono direttamente il generale, ma che sono conseguenza della guerra da lui scatenata.

Mentre la magia nera è in corso e An Lushan pronuncia le sue parole, possiamo vedere Yan Jiming e Li E abbandonare il villaggio moista, con Lord Pei e tutti gli abitanti alle loro spalle per un augurio di buona fortuna - tra essi è presente anche zio Chen, entrato in convalescenza dopo che i guaritori del villaggio hanno medicato la ferita subita durante l'attacco nella foresta. Resterà al villaggio, con tutta probabilità per ristabilirsi dalla ferita. L'incantesimo del generale viene poi bruscamente interrotto per lasciare spazio ad una scena più drammatica.
Siamo a Chang'an, la capitale imperiale, e un cavaliere al galoppo ha varcato in fretta ed in furia i cancelli delle mura di cinta. Abbandonando ogni convenevole, irrompe nella sala del trono del Palazzo Daming e crolla in ginocchio di fronte all'imperatore Xuanzong; la diversa angolazione della scena ci permette di vedere come il milite sia ferito molto gravemente, avendo conficcate sulla sua schiena ben tre frecce. Raccogliendo tutte le sue forze, consegna il rapporto all'imperatore:
"Rapporto d'emergenza! Il generale An Lushan ha radunato 200.000 cavalieri corazzati, aizzando l'armata alla rivolta! Il vice-maggiore del Taiyuan è stato catturato e ucciso! Le 24 comanderie della regione Hebei sono state spazzate via e sottomesse! L'armata ribelle sta attraversando il Fiume Giallo! La capitale d'oriente Luoyang è in imminente pericolo!!!"
La sala, gremita di Tartarughe d'oro - che ricordiamo essere nientemeno che il ramo cinese dell'Ordine degli Antichi insieme alla fazione degli Yeluohe di An Lushan - è costernata e sconvolta dalla notizia. Il solo ed unico ad accennare un sorriso di compiacimento è il cancelliere Yang Guozhong, che a differenza del fin troppo accondiscendente imperatore, aveva già previsto una simile mossa da parte del suo confratello traditore e rivale politico. Proprio la sua consapevolezza lo spinge a volgere il suo sguardo soddisfatto verso Xuanzong, il quale è irto sui suoi piedi e completamente fuori di sé dalla rabbia: le tavole lo rappresentano con occhi sporgenti dalle orbite, capelli fluttuanti come come fossero un fiamma pronta a divampare e vene in rilievo sulla fronte.

L'incantesimo di Lushan riprende in background, mentre l'ultima scena ambientata alla corte imperiale ci mostra un appagato e sorridente Guozhong avvicinarsi all'imperatore in collera, dandogli un consiglio sottovoce. Ed ecco che la narrazione ci riporta nuovamente alle sponde del Fiume Giallo, dove An Lushan ha finalmente concluso il suo rituale magico: un ultimo teschio di ariete incenerito viene lasciato a disperdersi nel vento, brezza che si trasforma rapidamente in bora che congela le acque del fiume. La marcia degli Yeluohe può continuare.
I passi dei soldati cedono il posto a Li E e Yan Jiming, che da un'altura osservano con sguardo sconsolato una città del tutto rasa al suolo dalle fiamme. Vagando per le sue strade, vedono soltanto miseria e morte: un padre in lacrime che regge il corpo di suo figlio deceduto, e un bambino piangente che si nasconde tra le macerie di un'abitazione. Il braciere di pace e sicurezza tuttavia arde ancora dalla torre di guardia. Un uomo ferito e sdentato rivela loro di essere nella comanderia di Julu, distrutta qualche giorno prima dagli Yeluohe per via dell'ossessione scaramantica del generale Lushan.

Julu, il nome della cittadina, letto in cinese, è pronunciato come Geoi-luk e il suo significato è duplice a seconda del carattere utilizzato: il termine Geoi viene usualmente tradotto come resistere, una parola che fonicamente suona esattamente come il cognome del generale, ovvero An, la cui lettura in cinese è On. La desinenza luk è invece indicativa di una specie di cervo, ma è omofonica con la radice del nome Lushan, che in cinese viene letto appunto come Luk-san. Esso è un nome volto ad indicare la felicità. Combinando la percezione fonica del nome Julu, otteniamo una frase che suona come "resistere (On) alla felicità (Luk-san)".
Come racconta l'uomo, essendo il generale Lushan un uomo tremendamente superstizioso, interpretò il nome della città come una minaccia e un'offesa alle sue ambizioni; la rase infine al suolo per scongiurare una maledizione in realtà inesistente. Il racconto sconquassa l'animo della povera vittima di guerra, che in lacrime e pervaso dalla pazzia, si rivolge a Li E e Jiming con le seguenti parole:
"Ahahah... perduto. Tutto perduto. Ahahah... non ci rimane niente... solo quei pochi soldati che ogni notte vengono per derubarci delle provviste."

L'animo di Li E arde di fronte a simili ingiustizie, e anziché proseguire il viaggio, chiede al povero sventurato di indicargli dove si trova il presidio in cui si radunano i soldati; egli indica la torre da cui arde il braciere di pace. Una volta raggiunta, Jiming e l'Occulto ne ispezionano il territorio: l'ingresso è ben sorvegliato da tre Yeluohe armati e vigili, mentre dal tetto le vedette sono pronte a scorgere qualsiasi attacco proveniente dal mantello della notte. Un soldato a cavallo arriva per fare rapporto: An Lushan e la sua armata hanno attraversato con successo il Fiume Giallo, congelatosi per uno spessore di oltre tre piedi grazie ad una delle stregonerie del generale. Mentre i soldati venerano il loro condottiero come un dio della guerra, pronto a condurli verso un nuovo mondo, Li E si prepara a spedirli verso l'oltretomba.
Concludiamo qui questa quinta parte del racconto e dell'analisi di Assassin's Creed: Dynasty. Continuate a seguirci per vedere la sesta parte!
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