ANALISI ASSASSIN'S CREED: DYNASTY - PARTE 4
- Connor1991
- 6 apr 2021
- Tempo di lettura: 10 min
Aggiornamento: 12 mag 2021

Ndr:
quanto segue è una traduzione per sommi capi tratta da varie fonti individuate dallo Staff, per cui potrebbe essere presente qualche errore dovuto alla non assoluta precisione o completezza delle informazioni in nostro possesso. Tutto il materiale visivo è inoltre una proprietà intellettuale del portale Xin Manhua e Ubisoft; tutti i diritti riservati.
Troverete la terza parte a questo link.
Che Assassin's Creed si sia consolidato come un vero e proprio universo narrativo, allontanandosi dalla semplice nomea di serie videoludica, è una realtà ormai consolidata da diverso tempo; da qualche anno a questa parte si è infatti venuto a creare il cosiddetto universo espanso, che racchiude in sé tutta la produzione del marchio esterna alla serie di videogiochi principale. Utile da un lato e dannoso dall'altro, per motivi che abbiamo già avuto modo di osservare, l'estensione del brand a media come fumetti, romanzi e cinema ha permesso la creazione di nuove incredibili storie, che hanno portato la guerra tra Assassini e Templari verso nuove e inedite frontiere. E lo faranno ancora.
Tra i numerosi prodotti cartacei di questo universo narrativo, merita indubbiamente un'attenzione particolare Assassin's Creed: Dynasty. Esso è un manhua ambientato nella Cina imperiale della dinastia Tang, e racconta le vicende che coinvolgono l'Occulto Li E nella guerra civile scatenata dal generale ribelle An Lushan. Gli eventi dell'opera raccontano anche le origini della Confraternita cinese e uno sconcertante segreto legato agli Isu, in grado di gettar luce su diversi aspetti. Dynasty potrebbe anche porre le basi narrative del futuro capitolo orientale, per cui non è da sottovalutare la sua importanza.
Sfortunatamente il prodotto non è ancora disponibile sul mercato italiano. Ma tra una risorsa e l'altra siamo riusciti a districarci nella lingua cinese, mettere a vostra disposizione ciò che abbiamo appreso sarà ciò che faremo in questa serie di articoli. Bando alla ciance, e proseguiamo con altri tre episodi di Dynasty!
Capitolo 10 - Yeluohe

Il decimo capitolo si apre in medias res, con un assennato discorso del generale An Lushan alle sue milizie; le tavole ci danno già informazioni sia in merito alla posizione che al momento storico illustrato nella scena: il tutto si svolge nel 9 novembre dell'anno 755, di fronte a Fanyang, comando centrale delle forze di Lushan che nei tempi moderni è più conosciuta a noi occidentali col nome di Pechino.
L'intero capitolo vibra della capacità oratoria del generale, intento a pronunciare un discorso alle truppe: egli afferma che il loro assembramento in qualità di esercito ha come unico scopo quello di proteggere la stabilità dell'Impero Tang dal suo più grande nemico, che tuttavia non sta oltre la Grande Muraglia, bensì dentro la Cina stessa - il riferimento confratello rivale nell'Ordine degli Antichi, Yang Guozhong, è palese.
Egli afferma infatti che questo grande nemico è riuscito a trovarsi un posto nella corte imperiale attraverso il nepotismo, grazie ai favori concessi dalla sua cugina Yang Yuhuan, concubina preferita dell'imperatore Xuanzong. Costui gode della fiducia indiscussa del sovrano, al punto da poter gestire a suo piacimento la tesoreria, rilasciando e riscuotendo tangenti, appropriandosi indebitamente dei fondi e delle provviste militari e infine svendendo cariche pubbliche; tutto solo per accrescimento del proprio potere personale. I dissidenti a questa politica, dichiara Lushan, vengono eliminati brutalmente, e oltre un centinaio di famiglie sono state schiacciate dal potere di Guozhong.

Il discorso è inframezzato da alcune scene ritraenti proprio il crudele cancelliere, che insieme ad un suo assistente è intento a torturare un paio di uomini sotto il comando di Lushan: le accuse sono quella di cospirazione e di atteggiamento sospetto all'interno della tenuta privata che il generale detiene nella capitale, Chang'an; per costringere gli imputati a confessare il tradimento, Guozhong ordina che vengano loro strappati i denti, uno per uno.
La scena si sposta nuovamente sul generale Lushan e il suo esercito, al quale proclama la corruzione e la decadenza portate dal nemico cancelliere entro l'impero per cui hanno valorosamente sacrificato le loro vite; qualcuno dovrà eliminare tanto marciume, annuncia.
Conclude infine la sua orazione presentando ai suoi soldati un editto segreto dell'imperatore, con tutta probabilità falsificato, con ordini precisi di assediare Chang'an e uccidere Guozhong. La notizia infiamma l'animo dei soldati, che iniziano a ripetere a gran voce il motto di guerra di Lushan:
"Uccidere Guozhong, sterminare i padroni!"

Sulle note di questa ovazione, il generale si appresta a scendere dalla balconata della sua residenza, con non poche difficoltà vista la sua incredibile obesità: deve infatti farsi aiutare da un assistente nella discesa delle scale. Le tavole successive mostrano tutti i suoi luogotenenti, nonché confratelli dell'Ordine degli Antichi: il tenente Shi Siming è forse il più importante tra questi, in quanto amico intimo di An Lushan e comandante delle forze a difesa di Fanyang mentre lui condurrà l'assedio alla capitale.
Con lui, completano il quadro dei personaggi storici Sun Xiaozhe e Yan Zuangh; i rimanenti membri degli Antichi, probabilmente, sono tutti quanti personaggi fittizi, e ricadono sotto al nome di Gao Miao, He Qiannian e Li Qincou.
Le ultime tavole vedono prendere la parola proprio il tenente Yan Zuangh, che comanda a tutti gli 8000 soldati di fronte a lui di giurare fedeltà assoluta al generale An Lushan, il quale si lancia in un'appassionata, ultima ovazione:
"Siete lupi del deserto del nord, tigri del nord-est! Io vi proclamo Yeluohe!"
Aldilà dei membri cinesi dell'Ordine degli Antichi ormai finalmente rivelati al completo, la cosa realmente importante da notare di questo capitolo è la scissione che si è venuta a creare tra loro: fondamentalmente gli Yeluohe rappresentano una fazione interna agli Antichi che si oppone al regime delle Tartarughe d'oro comandate da Guozhong; a differenza di quest'ultime sembra che gli Yeluohe fedeli a Lushan adottassero pubblicamente il medesimo nome che li identificava dentro l'Ordine.
Questo distaccamento comprendeva in sostanza tutte le forze d'élite a disposizione di An Lushan, il suo personalissimo Ordine degli Antichi composto da 8 migliaia di soldati altamente addestrati. Ovviamente questo contingente costituiva solo minima parte di un esercito molto molto più grande.
Il capitolo si chiude proprio con la marcia degli Yeluohe e Lushan sullo sfondo, seduto su un suo personale trasporto in quanto il suo peso lo impossibilita a camminare. Supponiamo dunque che questo capitolo si ambienti poco prima del nono, che si concludeva con Li E intento ad osservare la stessa marcia militare.
Capitolo 11 - Bagno di sangue
Se nel capitolo precedente abbiamo osservato l'inizio della Ribellione di An Lushan dalla prospettiva del generale, l'undicesimo capitolo ci porta invece sul fronte opposto, quello delle forze lealiste al comando dell'imperatore Xuanzong. Il sipario si apre proprio con quest'ultimo, mentre è intento a rilassarsi alle terme del Monte Li insieme alle sue concubine; il bagno viene interrotto dall'arrivo del cancelliere Guozhong e di Gao Lishi - quest'ultimo, ricordiamo, è un membro dell'Ordine degli Antichi ed eunuco di alto rango delle Tartarughe d'oro.
I due informano l'imperatore che tutte gli uomini di An Lushan presenti nella capitale sono stati catturati e torturati, rivelando in ultima analisi che lo jiedushi sta effettivamente progettando di ribellarsi alla corona. Il sovrano tuttavia non da molto credito alle informazioni estorte, ma al contrario, si dichiara scettico.

Egli ritiene di conoscere perfettamente il cuore e la mente di An Lushan, ritenendo peraltro che estorcere confessioni attraverso la tortura non possa accertare in alcun modo nessuna verità. Lo sguardo e il tono dell'imperatore verso i suoi sottoposti tradiscono la sua rabbia repressa, giacché, torturando gli uomini di An Lushan, le Tartarughe d'oro avevano minato tutti i suoi tentativi di placare il generale attraverso continui favori e concessioni.
Terrorizzato dall'atteggiamento dell'imperatore. Guozhong crolla in ginocchio davanti ai suoi piedi, ammettendo di avere commesso degli errori che però, a sua detta, avevano il solo scopo di proteggere l'impero e Xuanzong dalle possibili spie che il generale aveva insediato nella capitale.
Anche Gao Lishi prende la parola, rivelando che la notte della Festa dei fiori, poco prima di lasciare la capitale in fretta e in furia, il generale Lushan gli avesse esposto la sua profonda rabbia nel vedersi negata un'opportunità di candidatura per la cancelleria. La fuga di una decisione tanto confidenziale del sovrano poteva essere arrivata alle orecchie dello jiedushi solamente per mezzo di alcune spie, per cui, conclude Lishi, il cancelliere Guozhong aveva solamente svolto il suo dovere di indagare sull'accaduto. Per quanto la difesa dei due Antichi riguardo al loro operato fosse inappuntabile, l'imperatore Xuanzong non diede loro il credito che si aspettavano: troppo concentrato ad ammirare la sua consorte Yang Guifei, disse ai due che avrebbe lasciato correre.

Suo unico desiderio a riguardo, dice, è che il responsabile della cattura degli uomini di An Lushan, un tale di nome di nome Li Xian, venga indicato come il solo responsabile dell'accaduto, e bandito dalla capitale. Scaricando la colpa su una pedina minore avrebbero occultato ogni possibile coinvolgimento di Guozhong e, forse, placato l'ira del generale. L'imperatore congeda dunque il cancelliere, e la scena si sposta su Gao Lishi, il quale, sottovoce, consegna un secondo rapporto.
An Lushan ha già assemblato una ingente potenza militare a Fanyang, con intenzioni non poco sospette. Xuanzong tuttavia ribadisce che non serve allarmarsi, invitando a prendere con positività un accumulo di potere tanto grande per il generale. Questo suo comportamento, dice l'imperatore, è soltanto il prodotto delle umiliazioni e screditamenti da parte di uomini intenti solo ad esacerbare la rivalità politica tra lui e Guozhong.
Insiste dunque che la situazione rimanga pacifica, e che quando il generale giungerà con il suo esercito venga accolto come gli si deve. Lui di persona gli parlerà faccia a faccia per assicurarsi che finalmente faccia pace con Guozhong; il consigliere Lishi rinuncia quindi all'idea di sollecitare il sovrano all'azione, ma teme che quando arriverà quel momento sarà ormai troppo tardi.
E come le tavole successive rivelano, i pensieri dell'Antico sono a dir poco profetici: gli Yeluohe arrivano alle porte di Changshan, città governata da Yan Gaoqing - padre del giovane comandante Yan Jiming, incontrato da Li E nel sesto capitolo. Dalle mura cittadine, Jiming osserva l'armata in avvicinamento, per poi unirsi a suo padre nell'accoglienza del generale.

Nonostante le intenzioni siano chiaramente quelle di un attacco, infatti, Gaoqing ritiene che debba in ogni caso rispettare la formalità, in quanto Lushan è pur sempre un generale imperiale. Padre e figlio varcano i cancelli di Changshan, dove incontrano lo jiedushi circondato da tutta la sua imponente armata; ma non è la sola sorpresa.
Lushan infatti presenta loro Yang Guanghui, governatore della regione di Taiyuan, pesto, sanguinante e legato ad un palo sorretto dalle mani del luogotenente Yeluohe, Li Qincou. Senza più parole di quanto fosse necessario, An Lushan ordina ai suoi arcieri di massacrare il governatore, in modo da lanciare al suo pari Gaoqing un messaggio chiaro: arrendersi e vivere, o schierarsi con Guozhong e perire.
Il padre di Jiming si rivela però un astuto stratega, ribattendo che puntare le sue armate contro le capitali imperiali non avrebbe avvantaggiato la sua posizione, e che avrebbe dovuto pensarci tre volte; al che prende la parola un altro luogotenente degli Yeluohe, il giovane Yan Zhuang, il quale assicura a Gaoqing che il loro solo obiettivo è quello di uccidere il cancelliere Guozhong a beneficio di tutto l'impero. Lushan dal canto suo si lancia in un'ode passiva-aggressiva nei confronti del governatore, rimpiangendo che il suo nemico abbia allontanato dalla corte un uomo valido come lui.
In segno di amicizia e rispetto verso i suoi successi, lo jiedushi veste Gaoqing di un mantello viola, colore donato solamente ad ufficiali di alto rango. In conclusione, Lushan promette di appoggiare il governo di Changshan da parte della famiglia Yan, lasciando in "supporto" alla città alcune truppe sotto il comando dei luogotenenti Qincou e Gao Miao - fondamentalmente si tratta di una occupazione forzata, in modo che Gaoqing rimanga accondiscendente.
Capitolo 12 - Una vita realizzata e onorevole
Il dodicesimo capitolo comincia con un passionale dialogo padre-figlio tra Jiming e suo padre Gaoqing, seduti all'interno della loro residenza privata per meditare sugli eventi accaduti poco tempo prima. Senza lesinare parole velenose, il giovane comandante maledice il cancelliere Guozhong per aver arrecato così tanto male alla loro famiglia: lamenta di come il suo tredicesimo zio fu allontanato dalla corte e assegnato al governo della comanderia di Pingyuan, solo perché entrato in conflitto con il cancelliere. Non manca di sottolineare la tendenza del cancelliere a promuovere ufficiali deboli ed a destituire quelli leali e forti. Si chiede perché le persone buone debbano soffrire e quelle malvagie gioire, culminando in un grido di rabbia:
"Yang Guozhong merita di morire!"

Suo padre tuttavia non è dello stesso avviso, ritenendo irrilevante una eventuale morte del cancelliere. A preoccuparlo è il generale Lushan, le cui reali intenzioni non sono sfuggite al suo fine intuito: se l'imperatore Xuanzong avesse davvero voluto eliminare magistrati corrotti non avrebbe richiamato una simile armata da nord, perciò è ovvio che il presunto editto imperiale segreto in suo possesso sia soltanto un falso.
Il generale, in altre parole, è a sua volta un traditore. Gaoqing rimprovera aspramente suo figlio per la sua tendenza ad aggrapparsi all'odio personale, incoraggiandolo piuttosto ad essere grato per la loro posizione sociale, che li esula dalle tasse rispetto alla gente comune.
Infine consiglia al ragazzo di prendere sua moglie appena sposata e di lasciare appena possibile la città; dal canto suo, Gaoqing, ritiene di aver condotto in ogni caso una vita realizzata e onorevole, che pur non avendo mai conosciuto fama e gloria, non arreca vergogna agli insegnamenti dei suoi antenati. Jiming per lui è ancora troppo giovane, e desidera che suo figlio viva per diventare l'uomo che desidera essere. A questa affermazione, il giovane Jiming replica:
"Io desidero diventare come mio padre."
Segue dunque il dialogo qui riportato:
Gaoqing: "I 150.000 cavalieri corazzati di Lushan. Li hai visti?"
Jiming: "Li ho visti." [...]
Gaoqing: "E la nostra Changshan ha solamente 10.000 guardie. Solo. Non sei spaventato?"
Jiming: "Sono terrificato. Con ogni probabilità, tutte le 10.000 guardie di Changashan lo sono. Molti di loro hanno figli. Tra loro, molti hanno anche la mia stessa età. Ma supponiamo che dovessimo [Jiming e sua moglie] fuggire; allora nessuno sarebbe convinto della leadership di mio padre. Faccio parte della famiglia Yan, e la famiglia Yan non scappa davanti alle avversità."
Accennando un sorriso, Jiming conclude la sua risposta come segue:
"E dopotutto, desidero anch'io vivere una vita realizzata e onorevole."

Le parole determinate di suo figlio, infine, spingono Gaoqing ad affidargli un compito: dovrà viaggiare in segreto presso tutte le altre 24 comanderie situate entro la regione Hebei dell'impero, chiedendo aiuto perché si assembli un esercito in grado di contrastare Lushan.
La scena ci trasporta dunque in un rapido timeskip, dove vediamo Jiming e zio Chen cavalcare a rotta di collo verso una direzione non ben specificata, giacché le tavole iniziano ad alternarsi in tre parti differenti: la cavalcata del giovane comandante, i ricordi della sua missione ormai giunta quasi al termine e il generale Lushan intanto ad espugnare l'ennesima città al comando degli Yeluohe.
Da queste transizioni apprendiamo che, nonostante l'audacia, la missione di Jiming è per grande parte fallita: una comanderia rifiutò dicendo che il generale era tecnicamente un loro superiore e ubbidirgli era la semplice natura della catena di comando, un'altra ancora raccomandò di tornare da Gaoqing per dirgli che non si può rompere una roccia tirando un uovo, mentre un'altra ancora, pur volendo collaborare, dichiarò di avere soldati non più abituati alla battaglia e armi molto rovinate.
Le altre rifiutarono semplicemente nell'idea che, avendo dalla sua uno delle forze imperiali, Lushan non fosse contrastabile.
Il flashback si conclude nel momento in cui Jiming e zio Chen arrestano la loro corsa, raggiunta quella che si rivela la 23° comanderia: nessun soldato, nessun esercito a difenderla; solo un mare di profughi laceri e stanchi, abbandonati da un governatore codardo fuggito appena ebbe inizio la battaglia. Collezionato un ennesimo fallimento, i due si dirigono presso l'ultima comanderia: Qinghe'ren.
Il capitolo si chiude con Li E, in uniforme da Occulto, osservare Jiming e zio Chen dall'altro di una rupe.
Concludiamo qui questa quarta parte del racconto e dell'analisi di Assassin's Creed: Dynasty. Continuate a seguirci per vedere la quinta, oscura parte!
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