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ANALISI ASSASSIN'S CREED: DYNASTY - PARTE 3

Immagine del redattore: Connor1991Connor1991


Ndr: quanto segue è una traduzione per sommi capi tratta da varie fonti individuate dallo Staff, per cui potrebbe essere presente qualche errore dovuto alla non assoluta precisione o completezza delle informazioni in nostro possesso. Tutto il materiale visivo è inoltre una proprietà intellettuale del portale Xin Manhua e Ubisoft; tutti i diritti riservati.


Troverete la seconda parte a questo link.

 

Che Assassin's Creed si sia consolidato come un vero e proprio universo narrativo, allontanandosi dalla semplice nomea di serie videoludica, è una realtà ormai consolidata da diverso tempo; da qualche anno a questa parte si è infatti venuto a creare il cosiddetto universo espanso, che racchiude in sé tutta la produzione del marchio esterna alla serie di videogiochi principale. Utile da un lato e dannoso dall'altro, per motivi che abbiamo già avuto modo di osservare, l'estensione del brand a media come fumetti, romanzi e cinema ha permesso la creazione di nuove incredibili storie, che hanno portato la guerra tra Assassini e Templari verso nuove e inedite frontiere. E lo faranno ancora.

Tra i numerosi prodotti cartacei di questo universo narrativo, merita indubbiamente un'attenzione particolare Assassin's Creed: Dynasty. Esso è un manhua ambientato nella Cina imperiale della dinastia Tang, e racconta le vicende che coinvolgono l'Occulto Li E nella guerra civile scatenata dal generale ribelle An Lushan. Gli eventi dell'opera raccontano anche le origini della Confraternita cinese e uno sconcertante segreto legato agli Isu, in grado di gettar luce su diversi aspetti. Dynasty potrebbe anche porre le basi narrative del futuro capitolo orientale, per cui non è da sottovalutare la sua importanza.

Sfortunatamente il prodotto non è ancora disponibile sul mercato italiano. Ma tra una risorsa e l'altra siamo riusciti a districarci nella lingua cinese, mettere a vostra disposizione ciò che abbiamo appreso sarà ciò che faremo in questa serie di articoli. Bando alla ciance, e proseguiamo con altri tre episodi di Dynasty!


Capitolo 7 - Buddha e la Sharira dell'Eden


Li Bai, colpito e ispirato dalla maestria di Li E nella corsa acrobatica, lo insegue per le strade.

Il settimo capitolo di Dynasty comincia dandoci nuovamente prova della straordinaria capacità acrobatica di Li E, intento a scalare i tetti delle periferie appena fuori Chang'an subito dopo aver abbandonato la carrozza del comandante Yan Jiming. Le tavole dell'opera, disegnate in modo superbo, mostrano l'Occulto saltare con straordinaria eleganza e maestria da un muro all'altro, ad una velocità superiore a quella del carro stesso. Il dinamismo molto accentuato della scena viene contrastato dalla calma e dalla lento passo di Li Bai, celebratissimo poeta cinese già incontrato da Li E al suo ingresso nella capitale, durante gli eventi del primo capitolo. Costui biascica nella più totale alterazione per le strade di Chang'an, con lo sguardo perso nel vuoto; Bai infatti era noto soprattutto perché la sua ispirazione poetica sembrava raggiungere il picco solo quando era del tutto ubriaco.

A catturare la sua attenzione è un'ombra sopra la sua testa, e alzando il capo, scorge Li E intento a correre tra i tetti, con la sola luce lunare ad illuminarlo mentre passa da una struttura all'altra con un'eleganza felina. Ispirato da quell'immagine tanto suggestiva, Li Bai sorride e si lancia dietro all'Occulto, seguendolo dalla strada. Il soffio artistico che pervade il suo corpo, spinge Bai ad rompere il silenzio della notte, rivolgendosi a Li E urlando le seguenti parole:


"Ei, aspettami! Ahahahah dove vai?! Hai bisogno di inseguire la Luna?! Corri, ahahah! Corri! Non lasciare che ti vedano, e non osare farti prendere! Se anche Chang'an diventasse più grande, se il cielo blu fosse più alto, non sarebbero comunque in grado di catturarti! Ahahahah! Corri, corri, più veloce! Nessuno può rinchiuderti! Attraversa la cima del Monte Lu, varca le acque del Fiume Giallo! Non importa cosa ci sia davanti a te, hai ancora bisogno di correre proprio come adesso! O forse, puoi anche correre dentro la luce della luna! Perché paragonato ad ogni altro. Tu! Sei! Libero!"

Tale è l'ispirazione poetica di Li Bai, che scoppia in lacrime di gioia.

L'appassionatissima ode di Bai nei confronti di Li E si consuma nella notte tra le strade della capitale, con il poeta che scoppia in lacrime e salta dalla gioia quando il suo monologo giunge al culmine, con l'Occulto che in piena luce lunare gli sorride di rimando. Il sipario della scena si conclude con Li Bai, del tutto sfinito dalla corsa e consumato dalla sua fiamma artistica, mentre osserva la sua musa ispiratrice allontanarsi tra i tetti di Chang'an.

Riverso sulla strada, contempla ancora una volta il suo sogno di imbracciare la spada e diventare uno xiake, ma avendo ricevuto solamente una penna al posto della spada, decide invece di celebrare Li E con una nuova opera. Quest'opera, che storicamente conterrà gli stessi versi urlati da Bai allo sfuggente Occulto, diverrà la sua opera più famosa sui guerrieri erranti noti come xiake, che verrà intitolata appunto Xiake Xing, verosimilmente traducibile con Ode alla Galanteria.

Con questa dichiarazione del poeta, si chiude il primo, grande sipario di questo settimo capitolo.



Il secondo sipario di questo settimo capitolo torna alle atmosfere più tetre ed oscure della Torre Hua'e, dove a notte fonda, il generale An Lushan si incontra con l'eunuco Gao Lishi, come lui un membro delle Tartarughe d'oro - ricordiamo che quest'ultimo gruppo è l'equivalente del rito cinese dell'Ordine degli Antichi. Senza poter contenere un secondo di più la sua impazienza, il generale chiese al suo confratello di sostenere la sua pretesa al comando della congrega, ottenendo però un nettissimo rifiuto, oltre che una rimembranza di quali fossero le loro regole interne.

Soltanto un cancelliere infatti era ammesso come capo delle Tartarughe d'oro; ma dato il favore di cui Lushan godeva da parte dell'imperatore, Lishi affermò che anche la cancelleria non sarebbe tardata ad arrivare per lo jiedushi.

Giacché le tensioni tra lui e Yang Guozhong erano ben note, il generale non si fece trarre in inganno dalle parole del suo superiore, che chiaramente erano uno stratagemma architettato per prendere tempo. In risposta invece, ripeté le parole che le sue spie udirono pedinando il cancelliere:


"Lushan avrà anche abilità militare, ma i suoi occhi non sanno conoscere i libri... come potrà mai diventare cancelliere?"

Lushan rivela a Gao Lishi la sua imminente ribellione all'Impero Tang.

Realizzando che da parte dei suoi confratelli non otterrà alcun supporto, Lushan cominciò a manifestare le sue reali intenzioni, trasformando lentamente il volto di Lishi in una maschera di puro sgomento. Fu solo in quell'istante che l'eunuco comprese il reale motivo della visita del generale a corte: le promozioni dei suoi soldati e l'accesso alle scuderie della guardia imperiale servivano ad ottenere il potere necessario per scatenare una ribellione che avesse anche solo una speranza di successo. Nonostante l'ovvietà della risposta, Lushan negò tutto, affermando invece di star facendo solo quello che un qualunque fedele all'Impero Tang farebbe:


"Uccidere Guozhong, sterminare i padroni."


Quella stessa frase diverrà il suo motto di guerra, e la rivedremo molto spesso nei capitoli successivi, nelle grandi battaglie che caratterizzarono la sua ribellione. La dichiarazione chiude il secondo sipario di questo settimo capitolo. Viene dunque interrotta la scena, e la parola passa ad un narratore esterno; costui è Abe no Nakamaro, uno studioso e ambasciatore giapponese che in Cina era conosciuto come Chao Heng, intimo amico del poeta Li Bai e esponente della letteratura nipponica del periodo Nara. Nella prima parte della nostra analisi vi avevamo raccomandato di tenere bene a mente questo nome, perché sarebbe stato coinvolto nella ricerca di alcuni Frutti dell'Eden correlati al culto buddhista.


Ebbene, di seguito trovate una lettera scritta da Nakamaro a Li Bai, qualche tempo dopo la fine della Festa dei fiori di Chang'an. Grazie alle nostre risorse siamo stati in grado di tradurre in italiano il testo dell'intero, preziosissimo documento; per cui Il Salotto degli Assassini ve lo propone praticamente in esclusiva:



Andiamo con ordine. Trascurando molto rapidamente la storia del viaggio di ritorno in Giappone, sono due le importantissime rivelazioni della lettera di Abe no Nakamaro. Prima su tutte: il monaco e mistico Siddhārtha Gautama, vissuto a cavallo tra il VI e il V secolo a.C, meglio conosciuto come Il Buddha, fondatore dell'omonimo culto religioso e filosofico, era apostrofato come Il Precursore. È pressoché immediato ricondurre questo epiteto alla vera natura di questo personaggio: Buddha era nientemeno che un Isu. Tuttavia, se questa antichissima razza si ritrovò sull'orlo dell'estinzione a seguito della Catastrofe di Toba, come è possibile che costui fosse ancora vivo nel V secolo?

Ermete Trismegisto è, ad oggi, il solo esempio di Isu che sopravvisse oltre 75.000 anni. Non escludiamo dunque che Il Buddha potesse possedere un dispositivo simile al Bastone di Ermete per sopravvivere tanto a lungo.

Possiamo cominciare dicendo che l'idea per cui questo presunto Isu scampò al cataclisma è abbastanza accreditabile, visto che dalla lore del brand ci è noto come almeno un centinaio di loro fosse sopravvissuto insieme a circa diecimila umani. Il margine di probabilità che tra questi cento Isu superstiti vi fosse anche Buddha è parecchio elevato, specie se consideriamo che, prima della catastrofe, tale antica civilizzazione contasse unità molto esigue rispetto agli umani. Diamo allora per scontato che l'Isu noto come Buddha scampò alla Catastrofe di Toba; come riuscì a prolungare la sua vita fino al V secolo?


La risposta a questa domanda può essere molteplice, visto che nel tempo si è reso chiaro come gli Isu avessero più di un modo per espandere le proprie frontiere di esistenza, sotto una o un'altra forma: vedasi ad esempio Conso, la cui coscienza fu intrappolata nella prima Sindone, o Aletheia, che in punto di morte venne segregata dal suo amato Loki nel Bastone di Ermete Trismegisto. Proprio quest'ultimo Isu di culto jotun rappresenta il solo ed unico caso paragonabile a quello del Buddha, in quanto Ermete, grazie al suo Bastone, riuscì a sopravvivere fino al VI secolo a. C, morendo solo dopo aver donato il manufatto a Pitagora di Samo.

Riteniamo improbabile che Siddhārtha Gautama fosse la reincarnazione dell'Isu noto come Buddha, in quanto implicherebbe che quest'ultimo avesse sfruttato un Albero della vita.

La nostra prima ipotesi dunque è che Buddha possedesse un dispositivo dalle proprietà simili al Bastone di Ermete, riuscendo a sopravvivere per oltre 75.000 anni, finché, come citato nella lettera, non scelse di morire. Un'altra ipotesi, ma ancora più incerta, è che l'individuo conosciuto come Siddhārtha Gautama fosse in realtà il Saggio, e dunque la reincarnazione, di Buddha. Tuttavia non abbiamo elementi a sostegno di questa teoria: se eventualmente la prendessimo in considerazione, significherebbe che Buddha debba aver usato una versione dell'Albero della vita, macchinario sfruttato da Giunone per far reincarnare suo marito Aita, e dagli Isu di culto Æsir per rinascere dopo la Catastrofe di Toba. Riteniamo improbabile una simile eventualità, per cui diamo per assodata l'idea secondo cui, non ci è dato sapere come, l'Isu Buddha visse a lungo almeno quanto Ermete Trismegisto.


Il secondo punto fondamentale sollevato dalla lettera di Abe no Namakaro riguarda invece le cosiddette Sharira dell'Eden, manufatti che nel corso della campagna pubblicitaria del fumetto sono stati confermati come Frutti dell'Eden. Secondo quanto espresso nella lettera, questi comparvero solo quando Buddha scelse di abbandonare la sua vita terrena, e il suo corpo venne di conseguenza cremato dai discepoli della sua dottrina. Dalle sue ceneri riesumarono le Sharira, queste perle colorate contenenti i suoi ricordi relativi all'epoca Isu - il fatto che Nakamaro si riferisca ad essi come "verità del mondo" rafforza l'ipotesi per cui Buddha fosse effettivamente un Isu in carne ed ossa.

Avendo cremato il corpo di Aita, Giunone ottenne le Sharira dell'Eden contenenti il DNA del marito. Dunque le sfruttò sia per la Fonte di Mimir sia per l'Albero della vita.

Dalla letteratura di memoria genetica in nostro possesso, sappiamo che il principale contenitore dei ricordi di un individuo è il suo DNA, per cui non ci rimane che la seguente conclusione: le Sharira dell'Eden sono piccoli recipienti di DNA degli Isu, che vengono rilasciati quando uno di loro viene cremato, o più in generale muore.

Questa rivelazione a dir poco importantissima ci permette di rispondere ad un interrogativo: se ricordate, alla fine della nostra analisi del viaggio di Havi a Jotunheim ci eravamo lasciati con una domanda. Noto che la rinascita di un Isu come Saggio prevede un sacrificio di sangue presso la sacra Fonte di Mimir, e successivamente l'upload del proprio genoma dentro l'Albero della Vita, ci eravamo chiesti quali parti del corpo di Aita fossero state utilizzate da Giunone nelle due fasi. Proviamo a ricordare cosa ella disse ad Havi presso la fonte:


"Queste sono le ceneri di mio marito. Anche lui si è sacrificato per il sapere.

Ed ecco svelato l'arcano: avendo cremato il corpo di suo marito, Giunone ottenne le Sharira dell'Eden contenenti il suo DNA; dunque alcune di esse vennero sfruttate per l'upload della coscienza e dei ricordi di Aita dentro la Fonte di Mimir, mentre sfruttando le perle rimanenti i suoi dati genetici vennero inseriti dentro un feto umano tramite l'Albero della vita potenziato. Questa spiegazione trova anche un riscontro nella realtà, in quanto diverse analisi scientifiche condotte sulle vere sharira, ottenute dalla cremazione di maestri monaci buddhisti, hanno rilevato una composizione molto simile a quella delle ossa umane: la peculiarità del tessuto osseo infatti è quella di possedere una matrice extracellulare mineralizzata, principalmente costituita da idrossiapatite.


Sollecitazioni termiche molto elevate possono contribuire alla proliferazione di questi minerali.

La lettera di Abe no Nakamaro ci permette pertanto di dare ancora più valore alla nostra analisi sul viaggio di Havi a Jotunheim, rispondendo all' interrogativo che avevamo lasciato in sospeso. Questi collegamenti rimarcano oltretutto l'importanza di questo fumetto, e arricchiscono ancor di più la nostra conoscenza sull'anatomia degli Isu. Attendiamo comunque ulteriori sviluppi che chiariscano l'identità del Buddha e l'esatta meccanica delle Sharira.


Capitolo 8 - La Battaglia del Talas


Il settimo capitolo sancisce la chiusura del primo volume di Assassin's Creed: Dynasty, che si pone in definitiva come un prologo in medias res del quadro narrativo. Vengono infatti presentati protagonisti e antagonisti principali, inquadrando un contesto storico-culturale ben definito. Questo ottavo capitolo rimescola invece la carte in tavola, portandoci indietro nel tempo e aprendo, in apparenza, una nuova fase della narrazione che preluda gli eventi osservati nella Festa dei fiori.

I soldati abbasidi alla carica, sulla pianura del Talas.

Già fin dalle prime tavole capiamo di trovarci in una location diversa dalla grande capitale di Chang'an: in tutta la sua cruda brutalità, ci viene mostrata la sterminata pianura del Talas, dove si sta consumando una storica battaglia che segnò profondamente lo sviluppo culturale dei popoli centroasiatici. Nel 692 infatti la Cina aveva consolidato l'ultima delle sue espansioni occidentali conquistando il bacino del Tarim, crocevia fondamentale per il controllo assoluto della porzione centrale della Via della Seta. La redistribuzione etnica che ne conseguì, portò le bande di razziatori musulmani ad attaccare le regioni della vicina Transoxiana, in particolare le aree dell'attuale Uzbekistan; le bande saracene infatti erano troppo deboli per effettuare anche un solo efficace attacco contro l'Impero Tang. Incapaci di sostenere queste incursioni, i governatori della regione del Ferghana invocarono l'aiuto dei cinesi.


L'allora imperatore Ruizong inviò il generale Gao Xianzhi con un esercito di trentamila di uomini, in modo da debellare definitivamente le pressioni arabo-islamiche che affliggevano la Transoxiana; in risposta il governo abbaside inviò il governatore di Samarcanda, Ziyād ibn Sālih al-Khuzaʿī, con un esercito di oltre cinquantamila unità. Le due superpotenze militari si scontrarono dunque presso il fiume Talas. Nonostante le truppe imperiale avessero inizialmente retto la forte disparità numerica, le loro truppe contavano anche una folta quantità di mercenari turchi provenienti da svariate tribù, principalmente Qarluq e Karlouks.

Li E durante la Battaglia del Talas.

A determinar l'esito dello scontro fu proprio l'improvviso schieramento di questi mercenari, che si schierarono con gli abbasidi. Il risultato fu un vero e proprio bagno di sangue, con le truppe imperiali cinesi brutalmente massacrate dagli arabi. In questo scenario di violenza, le tavole ci mostrano un giovane Li E, all'epoca balestriere dell'esercito imperiale cinese; miracolosamente sopravvissuto allo sterminio dei suoi commilitoni e sfregiato al volto, osserva impotente mentre il nemico fa piazza pulita dei superstiti. Al suo orecchio giunge l'ordine di un comandante abbaside:


"Prendete i loro artigiani, ma eliminate i soldati ancora vivi!"

La carica degli Occulti.

Parole che infiammarono il suo spirito guerriero: indisposto a morire senza combattere, Li E afferra la sua balestra e scaglia un colpo diretto alla testa di un soldato persiano, ricaricando subito un altro colpo prima che fanti e cavalieri possano realizzare l'accaduto. Scaglia ben tre dardi di balestra, di cui solo uno riesce a ferire mortalmente il nemico. I persiani accorciano le distanze molto rapidamente, e il confronto si fa troppo ravvicinato per usare la balestra, che viene pertanto gettata via. Sfoderando la sua spada e consapevole di stare incontrando la sua fine, Li E accoglie la carica del nemico con un ultimo, potentissimo urlo da battaglia. Per sua fortuna, gli abbasidi vengono completamente sbaragliati dal contrattacco di un gruppo di guerrieri incappucciati a cavallo, che gli salva la vita all'ultimo momento.



Capitolo 9 - Alina

La carica degli Occulti sbaraglia completamente lo schieramento di abbasidi che stava per assaltare Li E, il quale si era ormai rassegnato ad incontrare la sua fine. I sicari incappucciati mostrano immediatamente un'abilità fuori dal comune, trucidando i soldati musulmani prima ancora che scaglino un solo fendente; terminata la carneficina, uno di loro, avvolto in un mantello bianco, volge il suo destriero verso Li E, che tuttavia si mantiene guardingo e con la spada ben sollevata.

L'Occulto in questione è nientemeno che la sua futura maestra, la stessa che abbiamo potuto osservare nell'analisi del sesto capitolo dell'opera: con uno sguardo amichevole e la sua scimitarra rivolta in basso, ella rassicura il giovane soldato cinese che lei e il suo gruppo non rappresentano una minaccia nei suoi confronti.

Abul ‘Abbas as-Saffah, primo califfo abbaside, fu probabilmente un grande alleato e poi un potente nemico della Confraternita persiana nell'VIII secolo.

Man mano che avvicina il suo cavallo verso Li E, ella spiega che lei e i suoi confratelli inseguivano da diverso tempo la grande armata abbaside del califfo Abū l-‛Abbās, apostrofando quest'ultimo come un loro nemico. L'inimicizia in questione trova un suo grande fondamento storico nella Rivoluzione abbaside: essa scoppiò allo scopo di deporre il Califfato omayyade, che nel primo medioevo fu la più grande entità socio-politica del mondo arabo, seconda solamente agli stessi abbasidi. Cosa importante, gli omayyadi erano di ispirazione sunnita, il che portò alla persecuzione religiosa dell'altra corrente maggioritaria dell'Islam, ovvero gli sciiti; come la storia ci racconta, i veri Hashāsiyyūn, meglio conosciuti come Nizariti, derivavano proprio da una corrente sciita. A questo punto è inevitabile pensare che la Confraternita di quell'epoca mirasse alla distruzione completa del governo omayyade.


Fu proprio per questo che gli sciiti, e presumiamo anche gli Occulti, sostennero la rivendicazione abbaside del califfato - la linea di pensiero comune all'epoca era quella di un governo meno rigido in termini di politica interna e razzismo. Era inevitabile peraltro un loro coinvolgimento in un evento dalla simile portata storica: quella abbaside infatti fu una delle rivoluzioni più grandi e coordinate di sempre, con risvolti politici e culturali enormi per il mondo asiatico. Il comandante Abū l-‛Abbās peraltro sfruttò molte volte sicari e assassini che uccidessero per suo conto oppositori sunniti; ma quando egli venne installato sul trono, si rivoltò inaspettatamente conto molti dei suoi alleati, inclusa, pertanto, la Confraternita. Fornita la spiegazione di questo complesso retroscena storico, torniamo ad analizzare la scena del manhua.

Li E viene disarmato senza difficoltà da Alina.

Sebbene l'Occulta si rivolgesse amichevolmente e senza movimenti che potessero indicare una minaccia, Li E, rimane incapace di comprendere la sua lingua, ed essendo ancora allarmato dalla battaglia, le si scaglia addosso con un fendente. Il suo avversario tuttavia è troppo abile, e lui troppo provato, perché lo scontro abbia un esito diverso dalla sconfitta di Li E: con un orizzontale deciso e ben calibrato, la donna incappucciata riesce a disarmarlo e ad aprire un'apertura nella sua difesa. Con una scimitarra puntata al volto, E sembra rassegnarsi ancora una volta alla morte.

Ma dal volto dell'Occulta non traspare alcun segno di intenzione omicida, e con calma cristallina, si rivolge ai suoi compagni chiedendo se qualcuno di loro conosca il cinese. Gli Occulti, estremamente divertiti dalla scena causata dalle incomprensioni linguistiche con il soldato dei Tang, si lanciano in una sonora risata, finché uno di loro non si fa avanti. Costui è un uomo munito di pizzetto e con una vistosa cicatrice sotto l'occhio destro, che inizia a rivolgersi a Li E con un ampio sorriso e un cinese molto rudimentale, si rivolge a Li E:


"Ciao, e grazie! Sono stato a Chang'an. Città molto grande! Molte belle donne! Molte cose buone da mangiare!"

Gli Occulti della squadra che salva Li E hanno tutti quanti origini e culture differenti, sottolineando la fortissima estensione filosofica del Credo.

Per quanto ilare agli occhi dei suoi confratelli, il cinese basilare dell'Occulto riesce a rompere il ghiaccio, e spinge Li E a chiedere se anche loro fossero arabi come gli abbasidi. La domanda in questione apre il cuore di questo nono capitolo, mostrando la Confraternita degli Occulti in tutta la sua sconfinata influenza territoriale e diversità culturale. Alla concisa domanda del soldato, l'Occulto risponde con una negazione, rivelando invece di avere origini sogdiane - una regione storica dell'Asia centrale.

Dopodiché punta il dito verso un suo confratello, indicandolo come l'arabo della squadra; parte a questo punto una rassegna delle origini di tutti gli altri Occulti presenti: un indiano, un tocaro, un nasikbo e infine un bizantino. Origini diverse, ma un solo ed unico scopo. A questo proposito è opportuno citare Mary Read e la sua celebre descrizione del Credo a Edward Kenway:


"Culture, religioni e lingue dividono da sempre i popoli. Ma c'è qualcosa nel Credo degli Assassini che supera ogni confine. L'amore per la vita e la libertà."

L'ampia diversità etnica sottolineata da questo capitolo si inserisce nel quadro complessivo della lore con assoluta perfezione: sappiamo infatti dalla pagina del database di Assassin's Creed: Valhalla che già nel I secolo a.C la Confraternita aveva radici in India e nell'Asia centrale, mentre il database Helix riporta una forte presenza di Occulti bizantini già attorno al V secolo, sotto l'egemonia di Costantino il Grande. La sola a non fornire informazioni sulle sue origini è proprio la futura maestra di Li E, asserendo che la sua provenienza non è importante rispetto al loro essere i guardiani del grande deserto del Talas.

Gli Occulti del piano del Talas.

Riusciamo tuttavia ad apprendere il suo nome: ella si chiama Alina, la cui etimologia sembra presentare un ceppo armeno, con significato di "luce" o qualcosa di correlato allo splendore. Le sue parole vengono accompagnate da un'ultima visione degli Occulti, che si stagliano nel campo di battaglia in tutta la loro somma potenza. La narrazione quindi ci trasporta immediatamente ad un flashforward, riprendendo la linea narrativa dei primi capitoli: dopo aver lasciato Chang'an al termine della Festa dei fiori, Li E fa una breve sosta in un villaggio, dove trascorre le sue giornate praticamente un intenso e rigoroso allenamento.


La scena di questo salto temporale mostra il nostro protagonista mentre è intento a scalare una parete rocciosa, raccogliendo pezzi di minerali mentre la sua aquila nera sorvola i cieli. Una volta raggiunta la cima della parete, trova ad aspettarlo due fanciulli: una bambina e quello che in apparenza sembra su o fratello maggiore; è proprio quest'ultimo, a darci informazioni in merito all'allenamento di Li E: quattro ore di scherma, sei ore di tattica militare, due ore di letteratura e ben otto ore per la produzione di inchiostro - ignoriamo del tutto a cosa possa servirgli.

Ad ogni modo, Li E sembra inizialmente parecchio disturbato dalla presenza dei bambini, chiedendo loro perché insistano nel seguirlo; la risposta consiste in una autoproclamazione come allievi dell'Occulto. Li E sorride di fronte all'entusiasmo dei giovani, asserendo però che il loro reale maestro fosse un certo Lord Pui.

Li E insieme ai bambini del villaggio.

Aggiunge inoltre che prima o poi avrebbe lasciato il villaggio, trovandosi lì solamente come tappa lungo il suo cammino. La notizia sembra rattristare molto i due bambini, ma Li E ne risolleva il morale promettendo un suo ritorno, come d'altronde ha sempre fatto. Possiamo quindi assumere che il villaggio sia in qualche modo sfruttato da Li E come base o rifugio.

Non ha un'eccessiva valenza narrativa, ma per completezza è opportuno citare che la bambina, di nome Honghong, esprime più volte il desiderio di mangiare diversi piatti, un possibile omaggio alla cucina tradizionale cinese.


La tavola realmente importante di questa scena è quella conclusiva: la conversazione tra l'Occulto e i bambini viene interrotta dal pesante suono della marcia di un'armata; affacciandosi dall'altura del villaggio i tre vedono il generale An Lushan pronto a muovere guerra.



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